All’interno delle moderne istituzioni, il conflitto è un’azione considerata negativamente, perché porta con sè l’idea di implicazioni e conseguenze pesanti per il team di lavoro.
Se consideriamo però la concezione di conflitto nel mondo ellenico, scopriamo quanto fosse differente: il πόλεμος è infatti un concetto dualistico, che racchiude in sé anche una dimensione di λόγος, ovvero di parola, di pensiero.
E sappiamo che, nell’antica Grecia, il pensiero era fondamentale, in quanto ragione determinante di tutte le cose.

 

Come si è arrivati, oggi, ad una “paura” del pensiero all’interno delle logiche istituzionali, soprattutto in quelle incentrate sulla cura?

La risposta è da ricercare negli individui che compongono un’istituzione, ad esempio – vi porto questo perché è ciò di cui mi occupo abitualmente – negli operatori sanitari che lavorano per la cura dei pazienti psichiatrici. Quel che emerge è l’urgenza di valorizzare l’elemento vivente e istituente, a fronte di una massiccia standardizzazione di compiti e servizi, pecca dell’industrializzazione che ostruisce il fluire del pensiero del singolo.
La valorizzazione del pensiero individuale e lo “sgruppamento” del singolo è quindi possibile solo rivedendo la relazione fra medico e paziente, in un’ottica trasformativa per entrambe le parti: questo richiede “sporcarsi” nella relazione, ponendosi in una posizione di ascolto attivo (Freud parlava di “clinica dell’ascolto”), prendendo le distanze dall’asetticismo imposto nei rapporti medici odierni e vivendo la relazione medico-paziente con la consapevolezza che non è solo il medico ad insegnare qualcosa, ma anche il paziente stesso.

 

Quindi qual è la relazione che intercorre fra il concetto di pensiero e l’idea di cura, concepiti in questi termini distaccati rispetto alla realtà dei fatti?

Sicuramente l’assunto di base è che la cura venga concepita come una prassi istituita e guidata dal pensiero. E’ grazie al sapere del paziente, al suo pensiero che incontra quello del medico nel loro rapporto di ascolto, che l’istituzione moderna è costretta a sbilanciarsi, a metastabilizzarsi in senso generativo, quindi a ripensarsi rispetto al passato.
In questo senso, è fondamentale superare la dicotomia classica fra pensiero e azione e fra malattia e cura, per ricordare che nel rapporto medico-paziente, chi cura è a sua volta curato. Si tratta di una cura mutuale, di un “reciproco fertilizzarsi dei ruoli”, anche se apparentemente sembra una confusione degli stessi.
Questa reciprocità opera affinché medico e paziente non siano meccanismi di un ingranaggio istituzionale e affinché la cura che operatore e paziente si donano, diventi a tutti gli effetti una “cura generativa”, che abbia in sé delle potenzialità trasformative, che sospenda il mero giudizio e spezzi l’ autoreferenzialità delle istituzioni.

 

In conclusione è possibile fornire due riflessioni importanti.

Il potere che non è più in grado di pensare, è un presagio di morte dell’istituzione, da evitare a tutti i costi; una logica, quella del potere pensante, di non facile affermazione all’interno delle istituzioni moderne, che sono a tutti gli effetti segregative: in esse si smette infatti di pensare, poiché “il pensiero è dissidente e produce libertà”. Ma la verità è che soltanto con la cura dei processi segregativi di un’istituzione si può davvero curare il paziente, in un’ottica di aiuto e apprendimento reciproco.

Bisogna pensare alle persone parte di un’organizzazione come ai “traditori” della stessa, nel senso etimologico del termine, ovvero quello di “dare, consegnare oltre”. Esso fa riferimento all’urgenza nelle istituzioni di andare oltre ogni ideale di massa, che ostacola il vero ascolto e il pensiero del singolo, impedendone la valorizzazione.

 

*dall’intervento di Francesco Stoppa al ciclo di seminari online “Istituzione e Vita” – sintesi non rivista dall’autore