Parto da un piccolo articolo che ho scritto sul sito della Fondazione Bassetti, anzi da un suo frammento. Sono le parole di un filosofo e di una poetessa: Immanuel Kant e Wislava Szymborska. Uno nato nella serietà più estrema a Konigsberg e l’altra nell’ironia più profonda a Kornik, separati alla nascita da quattrocento chilometri, di verde pianura tedesca o polacca, folta d’erba e di alberi. Dicevo che, dopo la tragedia che oggi viviamo, l’uomo tornerà a generare, i mercanti a scambiare e le città torneranno a crescere. Dice Szymborska: tutto cambia in questo mondo ma i fiori si apriranno ogni primavera. Dunque tutto tornerà come prima. L’unica catastrofe immane, temuta, e che, per fortuna, non si è mai  realizzata, è quella della guerra termonucleare che per tanti decenni ha occupato l’immaginario scientifico e popolare dell’Occidente. Una delle più efficaci rappresentazioni di una moderna apocalisse, è La strada, un gran bel libro dello scrittore americano Cormac McCarthy, racconta di un padre e di un figlio che si muovono, anime esangui in un mondo ridotto in cenere: Ce la caveremo, vero, papa? Sì. Ce la caveremo e non ci succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. Non andrà proprio così ma non voglio anticiparvi nulla, se non l’avete letto, ve lo consiglio. Io penso che questa non sia una catastrofe ma sia “solo” una pandemia e che dunque gli uomini continueranno a generare e a commerciare (e purtroppo a combattere) come prima. Penso che una delle caratteristiche preminenti dell’uomo sia quella di generare (il fuoco che ci portiamo dentro) e che quello sia il fondamento della nostra identità. E’ una citazione del filosofo di Konigsberg che dedico a Mauro Magatti e tutti noi generativi d’animo. L’ho scovata in un prezioso libro di Aldo Schiavone sull’uguaglianza, dice: tutti gli uomini sulla vasta Terra appartengono a un medesimo genere naturale, perché essi generano fra loro sempre figli fecondi, per quanto possano esserci grandi diversità nel loro aspetto. Dunque torneremo a generare, a produrre, a scambiare e le città torneranno a riempirsi di gente. È, oggi, tuttavia, molto difficile dire esattamente quel che succederà dopo la pandemia, anche se è lo specifico quello su cui dobbiamo esercitarci. Dobbiamo chiederci, a partire dal nostro paese, cosa succederà nella realtà dei fatti e delle opere. Di previsioni generiche e distanti dai modelli operativi è pieno il mondo, si chiamano profezie o novelle e raramente hanno un senso pratico per gli uomini. Gli autori che hanno anticipato quel che è successo in questi mesi sono molti (dal romanzo di David Koontz sul virus Wuhan 400, alla ricerca romanzata di David Quammen di Spillover del 2012, al discorso di Bill Gates su TedX del 2014) ma tutto questo non ha cambiato d’una virgola l’impreparazione generale del mondo. Occorre, invece, costruire un pensiero di comunità sulle questioni chiave che riguardano il futuro prossimo e occorre che questi pensieri comuni abbiano la capacità di influenzare la politica e la finanza.

 

Che ci sia un crollo del prodotto interno lordo lo do per scontato sarebbe difficile pensare diversamente. Dopo l’epidemia di spagnola che colpi il mondo al termine della prima guerra mondiale e fece più di 50 milioni di morti,  il crollo del PIL in Europa occidentale fu del 7.5%. Non vedo cosa ci possa essere di differente oggi dopo un arresto globale così prolungato della produzione e del consumo. Per altro verso, in diversi casi di pandemia simile a quella che stiamo vivendo, la fase successiva si è anche caratterizzata per una certa euforia post-traumatica. Jared Diamond in un suo libro (Crisi) suggerisce che le società reagiscono ai grandi fatti della vita come i singoli uomini. Dunque quando si riparte dopo una malattia c’è la gioia della sopravvivenza e lo slancio del nuovo inizio. Due casi, a suffragio di questa tesi sono: la belle epoque che segui la grande infezione della spagnola e la rivoluzione commerciale che segui la peste nera del trecento. Come orientare il possibile sviluppo, con una briciola di saggezza in più, è la parte più difficile a farsi. E’ molto più facile per tutti andare avanti, più o meno come prima, business as usual, dicono gli americani. Non è solo un pensiero retrivo è semplicemente il fatto che quel che si conosce è più facile a farsi che non l’ignoto, al passato siamo abituati ed è più confortevole immaginare di agire come sempre, un grande pensatore del secolo scorso diceva: l’armonia richiede più essere della disarmonia, è  Kurt Godel, il più grande logico matematico dopo Aristotele. Ho  cercato, dunque, di mettere qualche punto fermo nel fiume di parole che inevitabilmente accadrà. Non ho nessuna speranza che questo servirà a qualcosa ma sento, come tutti voi, come un dovere etico, la necessità di tentare. Tratto solo e brevemente tre punti che mi sembrano centrali:

 

  1. Lo stato e la civiltà. La cura delle pandemie richiede un surplus di scienza è un aumento delle capacità di fare sistema, un tempo si sarebbe detto che richiede anche un più di compassione divina è ancora oggi, poiché la realtà è stratiforme, il Papa prega e invoca il crocefisso della peste e noi gliene siamo grati. La pandemia, più di tante parole, serve a farci vedere che gli uni senza gli altri semplicemente non esistiamo, e che questa storia infame che ogni uomo è un’isola è vera quando ci guardiamo nello specchio dell’ordinario ma appare inevitabilmente falsa quando soffia il vento della tempesta. La consapevolezza che quel che facciamo – come individui – ha una’inferenza sociale grande e che, tuttavia, è la società (la totalità dei pari) e non l’individuo a definire i veri avanzamenti del fenomeno umano è l’elemento chiave che dall’insondabile azione del virus bisogna imparare. Il risultato generale di questa lotta corpo a corpo premierà le società capaci di essere più avvedute: più disciplinate e più umane insieme. Noi siamo stati duramente colpiti per il fatto d’essere una società molto aperta e conviviale ma bisogna essere anche orgogliosi della nostra capacità di risposta. Bisogna rilevare una generale soddisfazione per la nostra sanità e per il comportamento della maggioranza della nostra gente. Occorre però dire che la pandemia ha reso evidente la necessità di un comportamento unitario su di un territorio vasto, dovrebbe essere l’Europa, ma evidentemente non lo è, che almeno lo sia l’Italia. Io credo che – almeno in tempi d’emergenza – sia necessario un governo nazionale più forte nella gestione delle operazioni sanitarie. Un governo messo al riparo da inutili e insignificanti battibecchi. Sono dunque perché la sanità torni sotto il controllo dello stato. Non dobbiamo dimenticare che la prima linea non è stata un fronte bellico ma una corsia d’ospedale, che questo fenomeno potrebbe ripetersi e che un’ampia occupazione di risorse in questo settore, ivi compresa la ricerca (a misura di quel che si è cominciato a progettare con lo human technopole, sul sito della vecchia expo) è strategicamente indispensabile.

 

  1. L’impresa. La battaglia contro le esternalità negative del vecchio sistema industriale era già cominciata da tempo e mi auguro verrà rafforzata dalla pandemia. La salute della comunità che viene prima delle sue capacità produttive è un insegnamento che in Italia è stato scolpito nella carne della gente dalle tante battaglie contro il potere inquinante degli altiforni, dal processo Thyssen-Krupp per disastro colposo, ma soprattutto dall’eroica lotta, di pochi prima e di molti poi, contro le filiere produttive dell’Eternit e dell’amianto. Non sono solo le lotte a rendere conto di questi processi di avanzamento della produzione, c’è anche un’intima e progressiva riforma del capitalismo per il quale cambio dei materiali e dei processi costruttivi, miniaturizzazione, automazione (disintermediazione e robotica) sono diventati processi di fondo, in se vantaggiosi, che hanno contribuito a cambiare, dall’interno, le filiere della produzione dell’Occidente. A una domanda dei miei studenti sul futuro dell’impresa dopo la pandemia, ho risposto che non credo che i livelli di qualità e di sicurezza conquistati in questi decenni nello sviluppo del prodotto facilmente regrediranno, tre movimenti li hanno condizionati: una più rigorosa difesa dell’eco sistema, la bellezza che sormonta la funzionalità come accade nella rivoluzione gentile del design  italiano e l’organizzazione snella, un movimento risparmioso nei processi di produzione, come è stato proposto dai giapponesi. Questa tendenze sono molto forti nei processi produttivi più avanzati (Barilla e Samsung, Tesla e Dyson), si sono dimostrate anche tendenze vantaggiose per i sistemi industriali, continueranno e  verranno rafforzate dalla terribile temperie che abbiamo vissuto. Credo tuttavia che non si debba esagerare con il distanziamento e l’automazione e che le culture polari o diametrali (l’italiana e la giapponese, culture fortemente rituali) potrebbero darci una mano nel farlo, tenendo a freno l’incuria cino/americana per le relazioni fondamentali nel campo del produrre. Due esempi. Penso, al contrario di molti, che educare voglia dire portare appresso, richieda la seduzione dei corpi, dei gesti e delle voci (occorrano tutte queste cose per far crescere gli studenti), è questo la lezione di Platone nel Fedro, che Giorgio Agamben ha letto in modo forte e chiaro. Credo che, finita l’emergenza e, mettendoci in tasca quel che si è imparato sull’insegnamento a distanza, si debba tornare a quella didattica calda e di prossimità che la Montessori e Malaguzzi e Munari ci hanno insegnato a fare. Credo anche che l’affetto strabordante di questi giorni per i lavori umili come quelli di chi, per noi, organizza e rifornisce i negozi debba farci riflettere sul carattere strategico dei campi e dell’agro alimentare. Carlin Petrini ha sempre detto che il cibo è un fattore agricolo. Come paese abbiamo sottovalutato e spesso sottovalutiamo l’enorme e straordinario contributo che questo settore da, e ancor di più può dare, all’economia italiana. Investire e far crescere realtà medio-grandi di qualità in questa filiera comunque strategica è un compito di contro balzo e di contro tendenza che noi come paese possiamo realizzare mentre da tutte le parti si richiede un aumento, più che giusto, della innovazione delle reti e del digitale. Vacche, boschi, acqua e campi devono costruire il retaggio di questa crisi e completare la nostra idea di quel che vuol dire fare impresa moderna. Uscire dalla pandemia producendo significa aumentare la cura. Cura è parola assoluta e salvifica che non deve tornare nel repertorio delle parole abusate: cura degli uomini come i sistemi della sanità hanno fatto in questo tempo pauroso di epidemia, cura della terra come se fosse (ed è) la nostra casa e cura del prodotto come se dovesse accompagnarci non per un giorno ma per tutta la vita. Il titolo di un bel libro di Jonathan Safran Foer può esserci da guida: occorre lavorare come se tutto dovesse essere illuminato. Il timore di quel gran genio di Walter Benjamin era che i prodotti dell’arte avrebbero perso “aura” con l’avvento della tecnica, non è stato così perché cinema e fotografia hanno affiancato l’arte estendendone i confini. Ora come aveva intuito il surrealista André Breton e come il design ha continuato a fare, bisogna stendere l’aura (che è passione, intelligenza e cura) a ogni atto della vita quotidiana come se fossimo i creatori e i curatori di un’unica grande, infinito giardino di opere. Non costa di più, è solo meglio.

 

  1. Finanza, Come è ovvio per fare tutto questo occorre denaro, occorrono molti soldi ed è evidente che bisognerà mettere al centro del dibattito politico i temi di finanza straordinaria. Nei mesi a venire occorrerà un’immissione di liquidità e un distanziamento di tasse troppo gravose per le imprese e i singoli contribuenti. A questo devono corrispondere due misure di equità proporzionale una maggiore tassazione dei pochi settori che si sono avvantaggiati e di quelli che più velocemente si riprenderanno (le crisi non sono mai uguali per tutti, diceva il vecchio Marx) e un generale (direi obbligatorio) ricorso a un prestito di stato da parte dei patrimoni di riserva delle aziende e del risparmio privato. Tutto questo richiede al tempo grande equilibrio e una forte determinazione collettiva. I paesi del Nord hanno in parte ragione a dubitare di noi e non si può risolvere la cosa dicendo, con una sciiocca battuta, che non compreremo più i loro tulipani. E’ una storia facile-facile, quella della cicala e della formica. Non possiamo far finta di non conoscerla. Anche perché il nostro debito pubblico dice da solo, e ampiamente, quanto nei decenni passati, complici le politiche di competizione elettorale tra DC e PSI,  abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi. Dunque dobbiamo dire chiaramente quali sono le garanzie sul lungo periodo della liquidità che le aziende e i singoli richiedono, è che è inevitabile, immettere nel mercato. Venderemo di più e incasseremo di più, forse, ma resta il problema di come la ricchezza privata, così ottenuta, possa convergere nelle casse dello stato. Se non risolviamo il problema dell’erario, continuiamo a fare i furbi (che è una delle nostre peggiori caratteristiche) e non facciamo altro – esattamente come temono gli olandesi – che trasferire su altri (i paesi del nord, le generazioni future) il debito maggiorato dall’iniezione di liquidità che ci apprestiamo a fare per rimettere in moto l’economia e dare ristoro alle persone senza lavoro. Che l’America lo faccia non è un’argomentazione che vale. L’America è l’America (finché i cinesi e il mondo lo sopportano) e noi siamo noi. Se non vogliamo parlare di “patrimoniale”, e mai parola fu più impopolare di questa, dobbiamo almeno parlare di un prestito volontario massiccio che trasferisca (a costi e vantaggi accettabili) una parte del risparmio dei privati e dei patrimoni di riserva delle imprese (quantità che nel nostro paese è enorme)  nel pubblico erario. Non vedo altra via, ma poiché non sono un economista quantitativo attendo altre e più robuste idee. Il nodo è quello della capienza del nostro erario, è quello e non si scappa (hic Rhodus hic salta dice di nuovo Esopo, che, come credo sappiate, è anche l’inventore della cicala e della formica). Soluzioni altre ben vengano e le più fantasiose, che siano però anche semplici da fare. Non sopporto più i “faremo e dovremo”, diffido delle troppe idee declinate al futuro che se ne infischiano delle coperture nel presente o in un tempo economicamente responsabile.

Fare sistema, prendersi cura ed essere, un po’ più onestamente rigorosi di quel che siamo, mi sembrano tre piccole lezioni che questa grande epidemia può lasciarci, un piccolo lume da tenere alto oltre i lutti, le sofferenze e le lacrime.